Piccoli infortuni, attenzione! Ecco un altro approfondimento dell’Ortopedico delle MMA italiane Paolo Colletti! Argomenti del giorno: I piccoli infortuni e l’importanta della loro cura e del loro recupero! Prestate attenzione!

Piccoli infortuni, non sottovalutiamoli! Traumi importanti come fratture o distorsioni delle articolazioni o lesioni muscolari generalmente non passano inosservati o misconosciuti e sono quasi sempre seguite dall’intervento medico.

Quello che maggiormente interessa sono i piccoli infortuni della realtà quotidiana degli atleti. Nello sport agonistico di livello elevato le società hanno a disposizione una folta schiera di figure specializzate che lavorano in concerto. Il direttore d’orchestra è spesso il coach o commissario tecnico o più semplicemente allenatore che lavora coadiuvato da preparatori atletici, massaggiatori e fisioterapisti supportati dallo staff medico, che non solo cura la forma fisica ma anche altri aspetti fondamentali come l’alimentazione intesa non solo come regime alimentare ma anche come integrazione.

In queste strutture assistiamo addirittura ad allenamenti diversificati per i vari atleti sia per tipo di prestazione che per ruolo (nel caso del gioco di squadra) che per il recupero dopo un infortunio. La preparazione atletica è regolamentata sia in base allo stato di salute del giovane atleta, che dal numero degli impegni previsti, come tornei o gare di campionato.

Il tutto viene scrupolosamente monitorizzato dal medico nutrizionista che, come detto in precedenza, stabilisce e scandisce il ritmo e la tipologia dei pasti o semplicemente la strategia alimentare da seguire, nonché dal medico sociale che interviene nel caso di piccoli infortuni mettendo in azione tutti quegli stratagemmi necessari che consentono all’atleta un recupero super veloce per l’impegno successivo.

In una architettura così ideale è facile che tutto fili liscio, anche se siamo testimoni tutti i giorni di atleti costretti nonostante tutto a lasciare per un periodo più o meno lungo i terreni di gioco.  Man mano che il livello sportivo scende assistiamo però ad un progressivo impoverimento di tale struttura armonica fino ad arrivare al semplice binomio atleta-allenatore.

Nelle MMA praticate a livello sia dilettantistico che agonistico spesso è il coach il factotum (ad eccezione dei grossi circuiti come l’UFC o grossi “brand” americani)! Pronto a dispensare sia consigli strettamente tecnici, sia le regole per la preparazione atletica, è proprio il coach che, in base alla sua esperienza di atleta,  interviene anche nello spiegare come perdere peso o che dieta seguire durante le varie fasi della preparazione ad un match, e non solo, addirittura consiglia cosa fare in caso di piccoli infortuni. Peggio accade quando addirittura è l’atleta a fare tutto da solo! È lui stesso ad auto-regolamentarsi stabilendo secondo un proprio metro di giudizio o secondo i consigli dei compagni di squadra, talvolta anche giusti, quello che è il corretto comportamento da seguire sia per la preparazione fisica che per il recupero da un infortunio.

Mi capita di vedere ragazzi con dita bendate eseguire numerose sessioni di allenamento fin quando esausti si avvicinano chiedendo un consiglio sul motivo per il quale quel dolore non passa. C’è sempre una tendenza a sottostimare una contrattura dei muscoli del collo o un dolore al polso che dopo un po scompare ma poi immancabilmente ritorna. Allora c’è l’osteopata  che “fa miracoli” dal quale va l’amico, o quella crema o compressa che aiuta sempre e toglie il dolore per qualche giorno. Ci sono addirittura fisioterapisti che si improvvisano “curatori” talvolta consigliando anche approfondimenti diagnostici! L’aspetto più deleterio è che, nonostante la maggior parte delle volte abbiano ragione, spesso si spingono oltre le proprie competenze.

Nulla da negare o togliere alla loro profonda esperienza “pratica”, ma deve essere sempre il medico a gestire l’infortunio dell’atleta. Ho fatto del dialogo con queste figure professionali la base del mio lavoro, soprattutto nel rispetto delle loro indiscusse maggiori competenze sul campo. Il team è vincente solo quando si fa un lavoro di squadra! Quelli sulla gestione degli “acciacchi” sono esempi classici di discorsi che si ascoltano negli spogliatoi o a bordo tatami. Gli atleti lasciati a se stessi o consigliati da chi non è competente purtroppo non vanno sempre molto lontano, la cosa peggiore è che i danni si scoprono spesso solo in ritardo.

Vedo atleti ex agonisti nemmeno quarantenni che ricorrono sempre più spesso ad infiltrazioni intra-articolari o a continue sedute di fisioterapia solo per potersi allenare! Ciò non significa che al primo pestone bisogna andare dal medico o al primo mal di schiena ricorrere ad una risonanza magnetica, ma esiste il buon senso che spesso non alberga nemmeno in alcuni allenatori.

Quello che risulta difficile spiegare e far capire è che talvolta un periodo anche minimo di riposo non è estremamente deleterio ma anzi aiuta a recuperare, e talvolta addirittura permette di prevenire un danno, impedendo che anche una banale tendinite cronicizzi fino a diventare un punto debole, inficiando la qualità della prestazione.

In parole povere la cronicizzazione del danno comporta stop sempre più frequenti e determina prestazioni sportive opache e non al massimo delle potenzialità. Osservare un periodo di riposo permette anche di rientrare al meglio della forma, e non è un’eresia!

La condotta migliore è smettere di pensare di allenarsi sul dolore! Evitare il sacco se la volta prima faceva male un polso, o saltare una lezione di lotta se in una “proiezione” si è riportata una contrattura dei muscoli del collo, non rappresentano un disonore o un rallentamento della preparazione atletica. È ovvio che qualche piccolo “doloretto” c’è sempre e basta riscaldarsi un po per farlo passare, ma quando ritorna inesorabilmente bisogna imparare ad ascoltare questo campanello d’allarme.

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare sono spesso io stesso a permettere all’atleta di continuare la prestazione sportiva o l’allenamento quando possibile ed in massima serenità, senza eccessivi allarmismi. Fermare inutilmente un atleta per eccesso di prudenza è infatti altrettanto deleterio come non fermarlo.

Non essendoci dietro questo sport capitali economici, come per esempio nel calcio, ma solo professionismo permette di muoversi con massima serenità evitando di lasciarsi condizionare da fattori esterni deleteri allo sport. Bisogna combattere solo con l’ostinazione e l’ingenuità di giovani atleti. Ci sono altre situazioni, completamente opposte infatti, nelle quali non sapendo che fare dopo un piccolo infortunio, come una lieve distorsione della caviglia o della spalla, si arriva addirittura ad uno stop eccessivo che, senza riabilitazione, comporta una ripresa dell’attività in perfetta vulnerabilità al minimo trauma: il dolore è passato grazie al protratto riposo, ed in alcuni casi ai farmaci, ma l’articolazione è troppo indebolita ed il tono muscolare eccessivamente ridotto ed alla minima sollecitazione quella caviglia si “gira” ancora o quella spalla riprende a far male.

È importantissimo per chi normalmente si allena oltre le tre volte la settimana, riprendere a lavorare dopo un periodo di interruzione, soprattutto se protratto oltre dieci o quindici giorni, non rientrando immediatamente sul tatami ma diversificando l’allenamento eseguendo minimo un paio di sessioni di esercizi di solo potenziamento e stretching. Quindi non tornare a lottare per “crisi d’astinenza” ma prepararsi prima fisicamente.

In definitiva dopo un trauma in allenamento è fondamentale non lasciare il recupero a se stessi ed al proprio libero arbitrio o quello di compagni “scienziati” ma chiedere consiglio a chi, in assenza di professionisti dedicati presenti nella vostra palestra, possa darvi un aiuto competente.  Il consulto con il medico non rappresenta come detto un disonore ma un modo per evitare di continuare a farsi male, o semplicemente a ricevere una rassicurazione che tutto sia in ordine, e che quel dolore magari passerà allenandosi per un po con una fasciatura a protezione!

Un banale consiglio di un addetto ai lavori spesso evita di vedersi costretti ad interrompere gli allenamenti inutilmente solo per la propria ostinazione.

Del resto, a cosa serve andare a fare un match, quel match tanto atteso e desiderato, con un dito del piede rotto, anche se si tratta solo dell’ultima falange?

di Paolo Colletti

 

Dott. Paolo COLLETTI, specialista in ortopedia e Traumatologia

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