Conobbi John Kavanagh al Mondiale IMMAF di Las Vegas. Come me John è il direttore tecnico della nazionale e team leader del club più rappresentativo del suo paese, quello che fornisce più atleti alla sua nazionale.

A differenza mia è anche il capo della Federazione irlandese di MMA. 
Ci incontriamo ad ogni manifestazione internazionale ed è capitato in qualche occasione di parlare e confrontarci. E’ capitato anche di essere avversari, sportivamente parlando

Le strade degli atleti dell’Hung Mun e dell’SBGi si sono incrociate in più di una occasione e capiterà ancora

Quando ho saputo che aveva scritto una autobiografia in cui trattava il suo rapporto con i media, con i suoi atleti e la sua idea di sviluppo del movimento irlandese delle MMA dal titolo “WIN OR LEARN” (edito dalla Penguin Books LTD) non ho potuto fare a meno di leggerla ed analizzarla stupendomi di quanti punti in comune ci fossero e di come la situazione irlandese assomigliasse a quella italiana.

SE NON ORGANIZZANO ABBASTANZA EVENTI FALLO TU!

“…il mio team si stava ingrandendo ma non avevano luogo abbastanza eventi per soddisfare il loro appetito di combattere. Come poter trovare una soluzione? Facendo quello che ho sempre fatto in precedenza: decisi di fare qualcosa per conto mio. Non avevo alcuna esperienza nell’organizzare ovviamente […] Gli show non generarono profitti ma almeno non accumulammo debiti. L’obiettivo era far combattere i miei atleti non accumulare soldi, quindi la missione era riuscita”.

Argomento caldo e che sento molto vicino: la naturale conseguenza di avere un team strutturato e di voler alzare il livello dell’intero movimento in una nazione è quello di organizzare con continuità eventi che possano dare la possibilità ai ragazzi di combattere.

Non dei singoli show nel maldestro tentativo di arricchirsi ma una serie continuativa di eventi professionistici e dilettantistici.

É quello che fa Greg Jackson con il suo “Jackson Invitational”, John Kavanagh con il suo “Cage of Truth”(precedentemente Ring of Truth) ed è quello che faccio io con lo STORM.

É semplicemente quello che fa chiunque sia conscio delle proprie forze: sfruttare e valorizzare le risorse interne.

Ogni tanto qualche webete prova a delegittimare questa cosa con tesi cospirazionistiche ma finché c’è un organo super partes federale che fornisce arbitri, giudici ed ufficiali di gara, finché gli atleti del team organizzatore subirà anche delle sconfitte, finché non ci sarà nulla da nascondere non sussisterà mai alcun problema.

I ragazzi hanno bisogno di combattere con continuità per poi essere lanciati in palcoscenici importanti ed internazionali, hanno bisogno di qualcuno che abbia il contatto diretto con le realtà locali e le esigenze di atleti e spettatori.
Non c’è bisogno di imitare maldestramente i grandi per poi accorgersi di aver finito i soldi e chiudere baracca e burattini dopo poche edizioni.

I primi match di McGregor furono al Cage of Truth organizzato dal suo allenatore, è lì che subì anche la prima sconfitta in carriera. La metà dei match di Alessio Di Chirico sono avvenuti allo STORM organizzato da me ed i miei collaboratori.

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JOHN KAVANAGH ED I TEAM AMERICANI

“Un’altra domanda che mi hanno a volte fatto è se penso che Conor McGregor possa lasciare l’SBGi per entrare in qualche grande team americano.
 Non è qualcosa di cui mi preoccupo affatto. Conor da molto valore alla lealtà ma è anche qualcosa che ha a che fare con l’intelligenza. La relazione fra un coach ed un atleta non è qualcosa che si sviluppa in una notte, e Conor sa benissimo questo. Quando era un giovane fighter con il suo retroterra nel pugilato aveva un sacco di amici che volevano viaggiare per andare in posti come la Wild Card Boxing Club [La palestra di Freddie Roach dove si allena Paquiao ndr] di Los Angeles. Quando tu sei l’ultimo arrivato in posti come questi cerchi di attirare l’attenzione dei coach. E’ un po’ quello che succede anche da noi all’SBGi. Ovviamente sono i benvenuti ma devono lavorare sodo per dimostrare di essere seri e diventare un membro stabile del team. 
[…] Se un fighter professionista lascia il proprio team per unirsi all’SBGi perché non dovrei pensare che possa fare la stessa cosa per andare da qualche altra parte?”



Spesso anche io sono stato criticato per questo stesso identico atteggiamento ma non ho alcuna intenzione di togliere tempo a chi mi segue dal giorno uno dell’Hung Mun per darlo a chi potrebbe andarsene via dopo pochi mesi!

Come poter pensare di mettere sullo stesso piano chi segue con dedizione e crede in questo progetto e chi si allenerà per qualche settimana o mese o anno in una sorta di nomadismo marziale?

Ovviamente l’Hung Mun, come l’SBGi, accoglie chiunque voglia allenarsi e accetti le linee guida tecniche ed etiche che ci contraddistinguono ma non può lasciare spazio a situazioni ibride da discount dell’allenamento che si vedono in giro.

Atleti che prendono ciò che più gli conviene nei tempi e nei modi che preferiscono in cambio di marchette reciproche con il team ospitante in caso di vittoria o del più becero scarico di responsabilità in caso di sconfitta.

Quell’atleta che si appoggia per un paio di settimane in un team locale è rappresentativo per quel team? e per il movimento nazionale? Così come affannosamente certi si sbrigano a dire in caso di vittoria “Io c’ero!” condivideranno anche l’eventuale sconfitta o ne prenderanno le distanze? Saranno state così significative quelle due, tre settimane a due mesi e mezzo dal match poi preparato altrove?

Io devo salvaguardare il gruppo perché è il gruppo contrapposto all’individualità che costituisce un movimento e che farà sì che gli atleti possano raggiungere i livelli più alti, non c’è spazio per opportunismo e protagonismi né da parte degli atleti né da parte degli allenatori.

Se Conor ci lasciasse per diventare solo un altro sparring partner in qualche palestra americana con centinaia di altri fighter professionisti non avrebbe quello sviluppo che ha avuto fino ad ora”.

Diventerebbe uno dei tanti e la sua influenza ed ispirazione per gli altri dipenderebbero unicamente dai suoi risultati sportivi.

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JOHN KAVANAGH, MCGREGOR, GLI IMMAF E GLI ALTRI SUOI SPARRING PARTNER

La prima volta che incontrai John Kavanagh fu a Las Vegas durante il Mondiale IMMAF di due estati fa.
La competizione si teneva durante l’UFC Fan Expo e Las Vegas era letteralmente invasa da irlandesi. La cosa che notai subito fu che aveva un atleta in finale il sabato mattina (io ne avevo tre ma non contro la sua ndr) e la sera sarebbe dovuto essere all’angolo di Gunnar Nelson e Conor McGregor che combatteva con Mendes per il titolo!
Ovviamente come ogni buon allenatore non faceva differenza fra i suoi “dilettanti” dell’IMMAF e “the Notorious”
Come dico spesso io:

“Tutti i match sono match per il titolo per qualcuno!”


Mi sono ritrovato a fare l’angolo all’UFC e alla gara dei dilettanti sempre con lo stesso entusiasmo, sempre con lo stesso rispetto per chi combatteva, per lui penso sia lo stesso.

John Kavanagh era lì con tutti i membri del suo team impegnati in quella UFC Fight Week, McGregor aveva affittato la spettacolare McMansion due mesi prima e ci aveva messo tutti i suoi coach, il suo fedele sparring partner Artem Lobov, Gunnar Nelson e tutti i ragazzi dell’SBGi/ Irlanda impegnati nel mondiale IMMAF.

Contesti diversi, stessa aspettativa: VINCERE!

Nel libro Kavanagh ci presenta un McGregor estremamente attaccato al team.

Ben lontano dall’idea di fighter individualista, tutti sono consapevoli della forza del gruppo ed in alcune occasioni di come questo porti a dei vantaggi distribuiti.

Aneddoto interessante quello che vede protagonista il fedele e principale sparring partner di Conor McGregor, il tutt’altro che eccezionale Artem Lobov (13 vittorie, 12 Sconfitte, 1 Pareggio ed 1 No Contest) ritenuto da Conor un fedele ed insostituibile compagno.

Ebbene Lobov grazie ad un po’ di geopolitica riesce a strappare un provino per il TUF (il reality show dell’UFC, premio un contratto con la promozione ndr) il problema fu che il provino si svolse la settimana dopo la vittoria del titolo di Conor contro Mendes…Artem e Conor avevano festeggiato tutta la settimana e Artem si presentò con i postumi di una sbronza al provino. Fu malamente sconfitto ed eliminato dalla competizione, aveva perso la sua occasione ma…

“That’s when Conor influence came into play. In spite of the loss he was able to arrange for Artem to receive a wildcard spot in the competition. “



Conor aveva esercitato la sua influenza sui vertici UFC ed era riuscito ad ottenere per il suo sparring partner una wildcard che lo faceva rientrare in gioco.

Il gruppo viene sempre prima dei singoli ma i singoli beneficiano della forza del gruppo!


JOHN KAVANAGH E L’UFC

In pochi sanno che il primo atleta della SBGi ad essere messo sotto contratto con l’UFC fu Tom Egan opposto a John Hathaway perse per ko di gomiti al primo round e fu licenziato.

All’epoca era solo un 4-0 ed aveva affrontato un lanciatissimo Hathaway 10-0.

Era il gennaio del 2009 ed in card c’era anche il nostro connazionale Ivan Serati anch’egli licenziato subito dopo l’evento dai vertici UFC.

Era la prima volta che un irlandese firmava per l’UFC…durò meno di un round.

Dopo quella sconfitta arrivò il licenziamento in tronco di Tom Egan, il suo contratto di 4 match fu rescisso dopo un solo match, dopo neanche un round!


Ma John Kavanagh aveva potuto toccare con mano che la strada che aveva intrapreso era giusta, i big che gli altri credevano inarrivabili, alieni erano solo esseri umani come loro che facevano gli stessi esercizi, adottavano le stesse strategie, provavano le stesse tensioni.

Il movimento irlandese era soltanto un po’ arretrato rispetto a quello americano.

E’ esattamente la stessa impressione che ho avuto io vedendo e frequentando gli spogliatoi e le sale di allenamento dell’UFC, c’è un leggero fuori sincrono fra noi e loro.

Realtà come quella Svedese o Irlandese sono riuscite ad allinearsi, prevedo a breve se ci sarà collaborazione la stessa situazione in Italia!

Quando parlo di collaborazione intendo fra pari che condividono gli stessi progetti, la stessa mentalità e la stessa visione non un politicamente corretto “volemose tutti bene” che invece va solo a rallentare il processo di sviluppo e a mediocrizzare quelle che sono invece le eccellenze.

KAVANAGH, LE GRANDI PROMOTION CHE BRUCIANO GLI ATLETI E LE CRITICHE FEROCI SUL WEB

Il momento più buio della carriera di Kavanagh arrivò quando la nota promotion RINGS organizzò uno show a Dublino, il primo vero show internazionale in Irlanda, Furono presi parecchi atleti dalla sua scuderia…tutti persero clamorosamente, gli avversari internazionali erano troppo più forti ed il match making era stato fatto senza criterio.

Arrivarono mille critiche sull’operato di Kavanagh, molti lo accusarono di aver fatto fare una pessima figura all’intero movimento irlandese

“John Kavanagh ci ha messo in imbarazzo di fronte al mondo” titolavano blogger e frequentatori dei forum.

Gli atleti locali erano stati usati semplicemente come “collaudatori” per far far record ai blasonati stranieri. Lo ho visto succedere anche io in un paio di occasioni.

Per direttive dall’alto o per una sorta di provincialismo che alle volte pervade alcuni organizzatori-fan l’evento locale diventa la passerella per lo straniero che poi lanciato approda ad altri lidi lasciando sul territorio nazionale desolazione e scoramento.

In Irlanda come in Italia in quelle occasioni si sono scatenati i vari webeti alla ricerca di un colpevole, il più delle volte ne hanno fatto le spese gli atleti.

C’è da capire che un movimento si costruisce dal basso in maniera costante e continuativa, lavorando sul vivaio e sulla fiducia che gli atleti devono avere in sé stessi e non con eventi da “una botta e via”.

Si fa il salto di qualità educando lo spettatore ad appassionarsi all’eroe locale ad esaltarlo nella vittoria ma anche a comprenderne l’eventuale e fisiologica sconfitta.

Io lo dico sempre in questo gioco il 50% degli atleti perde…
Pensateci è ridicolmente lapalissiano ma è la semplice ed ovvia verità.

Noi vogliamo essere quelli che vincono sempre ma…certe cacce alle streghe che si leggono in giro sono totalmente senza senso. É il dramma dei social e di un movimento ancora giovane in cui la mediocrazia la fa da padrona, tutti possono dire tutto, ogni intervento o idea ha pari dignità
. Il mediocre vuol trascinare tutto verso il basso, ne ha bisogno per sopravvivere!

Anche questo in breve cambierà.

Divertente l’aneddoto in cui Kavanagh, passata la bufera e le critiche e cominciati ad arrivare i successi, racconta di come McGregor grazie ad una memoria eccezionale ed ad una attenzione maniacale nei confronti degli haters del web gli intimasse di non rilasciare interviste a chi poco prima li aveva attaccati senza senso.

Si ricordava ogni intervento ed ogni nome di quelli che dovevano rimanere staccati dal loro progetto.

Non erano stati leali con loro e non avevano riservato loro neanche l’onore delle armi quando avevano perso ma ora volevano saltare sul carro dei vincitori? 
“Non rispondergli John!”

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O VINCI O IMPARI E LA TRAGICA MORTE DI JOAO CARVALHO

Il libro poteva finire con la vittoria di Conor contro Mendes, con il fantastico ko in 13 secondi ai danni di Jose Aldo con il quale McGregor ha unificato il titolo oppure con la strepitosa rivincita dell’irlandese nei confronti di Nate Diaz…John Kavanagh decide di concludere la sua opera invece con la sconfitta del suo pupillo ai danni di quel Nate Diaz chiamato all’ultimo, capace di annichilirlo e ridimensionarlo. “O Vinci o Impari” ripete il mentore a Conor.

L’atleta diventa il veicolo dell’idea, il mezzo della visione un tassello del tutto le sue alterne fortune non scalfiscono il progetto.

Un lavoro continuo quello di Kavanagh impegnato anche e soprattutto nel costruire un movimento che salvaguardi gli atleti tutelandoli ed uniformando gli standard sanitari. Il 9 Aprile di quest’anno muore Joao Carvalho per i postumi di un ko inferto da un atleta della SBGi durante un evento irlandese. Le ultime pagine sono dedicate a Joao, da quel  tragico momento in poi tutti gli sforzi di Kavanagh vengono spesi nel tentativo di far passare continuamente e sistematicamente il concetto che gli atleti devono essere salvaguardati e monitorati da federazioni serie.
Serve, è necessario un approccio intransigente che metta da parte situazioni raffazzonate potenzialmente pericolose!

di Fabio Ciolli

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